Per quanto ci abbia provato ostinatamente per tutta la vita, non sono mai riuscito a prendermi l’ultima parola. Per inettitudine, pigrizia, e irresponsabilità camuffate da “spirito di mediazione”, ho sempre lasciato che l’intreccio del romanzo fosse determinato da qualcun altro per me, fino alla parola Fine.
Sarà così anche in questo caso.
Quindi non è una replica, questa. Non è un tentativo di riaprire la via di fuga.
Io sono fuori dalla tua vita. Lo sono per davvero.
E nella misura in cui inizio ad afferrare come la mia parte sana non fosse diventata altro che la catena che ti legava intanto che il resto ti prendeva a sprangate, penso che il tuo ultimo gesto di amore sia stato, per fortuna, una scelta giusta anche per te.
Quella che ieri poteva dirsi una mia forzatura oltre il limite della follia, oggi mi appare come una scelta che trova il suo senso postumo. Per caso, certo: io ieri volevo, soltanto e disperatamente, fuggire.
Ma è a rivedere oggi le scene di quella piazza, e la cattiveria oscena di quella telefonata, che provo a partire per il mio viaggio.
Io oggi sono certo che la strada che mi chiedevi non avrebbe portato da nessuna parte. Salvo che al mutuo annientamento. Per un motivo che ieri ignoravo: non mi sentivo in colpa. Perché il conflitto rabbioso che in me generava la semplice tua presenza mi inibiva la coscienza delle responsabilità mancate, diluendola in un oceano di giustificazioni.
Oggi che per la prima volta sperimento la distanza da te, vivo l’epifania nebulosa del dolore per quello che ti ho fatto. E inizio ad intravedere qualcosa. Un abbozzo di direzione, quanto meno.
Ema, io non riesco in alcun modo a capacitarmi dell’odio che ti ho riversato addosso. E’ qualcosa che, mi hai detto, non ti ha spaventata. Beh, a me sì. Io non sono in grado di capire da dove provenga, come si sia alimentato. Come abbia strisciato per tutto il corso della nostra storia, come sia esploso nel conato di ferocia dell’altra sera.
Scrivo ora qui sopra, per l’ultima volta, anche perché non voglio che il sipario cali sul delirio.
C’è chi dice che la psicanalisi serva a “perdonarsi”. Io non ho mai capito il senso di questa definizione, e l’ho sempre fuggita perché so che la mia indole si presterebbe ad un’interpretazione ignorante e di comodo.
Sia quel che sia, io oggi ho capito che ho comunque bisogno di una strada preliminare, di una pista di rullaggio. Io devo capire la ragione di quell’odio, per scioglierlo ed esser finalmente libero di stare male.
Solo a quel punto, se sarò capace di arrivarci, potrò scavare nella sofferenza, per inquadrare il male e spiegarmelo, per salvare quello che c’era da salvare.
Per estrarre dal cumulo di macerie i mattoni dell’amore che c’è stato, spolverarli e metterli nel cantiere delle cose belle. Delle cose che varrà la pena ricordare negli ultimi istanti di una vita.

