2 aprile 2009

Per quanto ci abbia provato ostinatamente per tutta la vita, non sono mai riuscito a prendermi l’ultima parola. Per inettitudine, pigrizia, e irresponsabilità camuffate da “spirito di mediazione”, ho sempre lasciato che l’intreccio del romanzo fosse determinato da qualcun altro per me, fino alla parola Fine.
Sarà così anche in questo caso.

Quindi non è una replica, questa. Non è un tentativo di riaprire la via di fuga.
Io sono fuori dalla tua vita. Lo sono per davvero.
E nella misura in cui inizio ad afferrare come la mia parte sana non fosse diventata altro che la catena che ti legava intanto che il resto ti prendeva a sprangate, penso che il tuo ultimo gesto di amore sia stato, per fortuna, una scelta giusta anche per te.

Quella che ieri poteva dirsi una mia forzatura oltre il limite della follia, oggi mi appare come una scelta che trova il suo senso postumo. Per caso, certo: io ieri volevo, soltanto e disperatamente, fuggire.
Ma è a rivedere oggi le scene di quella piazza, e la cattiveria oscena di quella telefonata, che provo a partire per il mio viaggio.
Io oggi sono certo che la strada che mi chiedevi non avrebbe portato da nessuna parte. Salvo che al mutuo annientamento. Per un motivo che ieri ignoravo: non mi sentivo in colpa. Perché il conflitto rabbioso che in me generava la semplice tua presenza mi inibiva la coscienza delle responsabilità mancate, diluendola in un oceano di giustificazioni.
Oggi che per la prima volta sperimento la distanza da te, vivo l’epifania nebulosa del dolore per quello che ti ho fatto. E inizio ad intravedere qualcosa. Un abbozzo di direzione, quanto meno.

Ema, io non riesco in alcun modo a capacitarmi dell’odio che ti ho riversato addosso. E’ qualcosa che, mi hai detto, non ti ha spaventata. Beh, a me sì. Io non sono in grado di capire da dove provenga, come si sia alimentato. Come abbia strisciato per tutto il corso della nostra storia, come sia esploso nel conato di ferocia dell’altra sera.

Scrivo ora qui sopra, per l’ultima volta, anche perché non voglio che il sipario cali sul delirio.

C’è chi dice che la psicanalisi serva a “perdonarsi”. Io non ho mai capito il senso di questa definizione, e l’ho sempre fuggita perché so che la mia indole si presterebbe ad un’interpretazione ignorante e di comodo.
Sia quel che sia, io oggi ho capito che ho comunque bisogno di una strada preliminare, di una pista di rullaggio. Io devo capire la ragione di quell’odio, per scioglierlo ed esser finalmente libero di stare male.
Solo a quel punto, se sarò capace di arrivarci, potrò scavare nella sofferenza, per inquadrare il male e spiegarmelo, per salvare quello che c’era da salvare.
Per estrarre dal cumulo di macerie i mattoni dell’amore che c’è stato, spolverarli e metterli nel cantiere delle cose belle. Delle cose che varrà la pena ricordare negli ultimi istanti di una vita.

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Hai voluto la bicicletta? Mo’ cercala..

15 febbraio 2008

Intanto che il mondo discuteva delle terribili sorti e regressive del nostro paese, io mi facevo bellamente gli affari miei. E alla fine – che potrei condirvela di tanta enfasi ma non c’e’ tempo – ho trovato lavoro.
Una cosa carina, di quelle capaci di riappacificare con la scienza anche i piu’ critici: per un annetto (tempo determinato, non pretendiamo troppo) mi occupero’ di gascromatografare i carciofi. Che detta cosi’ suona un po’ inquietante, e ci vorrebbe una divulgazia di cui purtroppo non ho tutti i diritti riservati, ma ci provo.
Immaginate un bel pezzo di pianura, in Liguria. Che ce n’e’ una sola, quindi non potete sbagliare. I Liguri, popolo laborioso, si sono nei secoli adoperati per sfruttare le fertili terre di quella piana, da cui hanno tirato fuori un po’ di tutto: olio, vino, ortaggi, erbe aromatiche, frutta. E tutti a dire “che buoni, che sani, i prodotti delle fertili terre della piana di Liguria laboriosamente sfruttate”. Solo che non e’ che Vox Populi Vox Dei, no. Per dirlo senza tema di smentita ci vuole L’Ente Certificatore Supremo.
Ossia il laboratorio che mi ha assunto in sostituzione di una giovane analista (nel senso chimico del termine) che ha tempisticamente atteso la mia laurea per decidere che era ora di riprodursi. Ma torniamo ai carciofi.
Carciofo e’ una sineddoche, che dentro al laboratorio arriva un po’ di tutto. E tutto viene sminuzzato frullato centrifugato, fino a tirarne fuori l’essenza: del carciofo, e pure delle eventuali schifezze con cui l’hanno trattato.
E a quel punto arrivo io. Il cui (mio) compito non e’, stranamente, esclamare “mhh che buono!” ma, appunto, gascromatografare. Cioe’ mettere quell’essenza dentro una macchina che ne separa i componenti: i chimici mi perdoneranno l’estrema sintesi, ma il topic del post non e’ questo, intanto. In pratica, se nella verdura ci sono residui di sostanze dannose, io le trovo, garantendo cosi’ alla streganocciola la bonta’ di tutte quelle cose che non potra’ mangiare in quanto allergica.

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Comunque, il punto e’ questo: il laboratorio e’ 3 chilometri fuori dalla citta’. Il treno arriva alle 8.20. Giusto in tempo per perdere l’autobus (nella politica delle coincidenze tutto il mondo e’ paese). Di portare la Vespa la’ non se ne parla, ne’ di prendere un altro motorino (causa lobby degli assicuratori) o la macchina (causa lobby dei petrolieri). Ma la soluzione c’e’ (e non ci sarebbe stata se mi avessero assunto a Canazei, cosa che per la gioia della E. mi fa scendere le quotazioni della montagna). La bici.
Ecco, insomma: c’e’ qualcuno di voi che ne ha una da prestarmi, o da vendermi?

Amico

29 gennaio 2008

Questo volevo dirti, quando ieri sera t’ho visto cosi’ mesto.
Che sei stato proprio bravo. Che ti ho pensato, pendolare del conforto su quel treno, e scommetto che laggiu’ sarai anche riuscito a strappar qualche sorriso, intanto che il magone ti cresceva dentro.
E’ che e’ normale, e’ giusto che alla fine ti sia lasciato prendere dalla tristezza.
Quando vi ho raggiunti alla Maddalena, sapevo che la E. stava facendo, in piccolo, la stessa cosa che avevi fatto tu poche ore prima, e che poi in versione ancor piu’ ridotta sarebbe toccata a me nei suoi riguardi. 
E ho pensato che quello che rinfranca, in queste circostanze, e’ sapere che la bilancia della consolazione e’ in attivo: che se la rete ha dei nodi buoni, il sostegno che ne riceverai sara’ sempre un po’ piu’ forte della commozione e della tristezza che potrai metterci sopra.
E’ come un unico dolore originario che, piano piano, si disperde in tanti rivoli, un attrito degli affetti che dissipa la sofferenza sotto forma di calore.
La comune e’ anche questo: la metabolizzazione collettiva del dolore, quando c’e’.

Parlando sul serio..

24 gennaio 2008

Lo confesso. Queste faccende di Palazzo mi intrigano: se non fosse che di mezzo ci sono cosucce tipo l’economia il lavoro i diritti, sarebbe una soap meravigliosa. Una partita a scacchi con tutti che s’interrogano su quali saranno le mosse vincenti; una specie di Dottor House, con tutti al capezzale del governo (tranne il dottor House stesso, s’intende); un bar sport in cui tutti tiriamo fuori i commenti, anche i piu’ improbabili,  sulle scelte dell’allenatore di turno.
Ma alle ipotesi bisogna pur dare un taglio – come diceva Occam – e quindi adesso vi do la vera versione verissima di come finira’ questa faccenda.

Oggi si vota al Senato, e il Governo cadra’ (per un voto) perche’ la Binetti sara’ assente, impegnata ad allattare un bambino avuto in segreto con una fecondazione artificiale in Svizzera. Questa volta, pero’, il prodiano cui e’ affidato il pallottoliere verra’ crocifisso nella buvette direttamente da Rita Levi Montalcini.
Prodi andra’ da Napolitano a insultarlo per non aver seguito il consiglio del chimico. Il Presidente inizia dunque le consultazioni: si sonda l’ipotesi di un Governo Maccanico (che crisi sarebbe, senza l’ipotesi di un governo Maccanico?). Nel frattempo qualche Udc va alla Vita in Diretta (a quell’ora Porta a Porta non e’ in onda) ad annunciare che sosterra’ un governo che arrivi a fine legislatura, a patto che gli diano il ministero delle Infrastrutture, quello delle Politiche agricole e il sottosegretariato allo sport con delega al tiro alla fune. Salgono le quotazioni di D’Alema premier, per fare le riforme con Berlusconi: i prodiani s’incazzano, escono dal PD e fondano un partito con logo un’asino che scalcia in faccia a un omino con i baffi.
Poi si vota a Bologna e vince la destra. Il sindaco rimane Cofferati.
Mastella chiede l’annessione dell’Italia al Vaticano.
Si tratta per un governo tecnico da affidare ad Andreatta, finche’ non ci si ricorda che e’ morto.
Veltroni finisce il mandato a Roma e va in Africa. Bertinotti, ormai del tutto affascinato dallo spiritualismo, lascia la presidenza della Camera e si chiude in convento.

Alla fine si vota, e vince Berlusconi. Fara’ cose immonde per cinque anni, ma per rimettere a posto il Paese il centrosinistra ha gia’ pronto l’uomo ideale: Romano Prodi.
Altro giro, altro regalo.

Napolita’ facce sogna’

22 gennaio 2008


Art. 59

(omissis..)
Il Presidente della Repubblica può nominare senatori a vita cinque cittadini che hanno illustrato la Patria per altissimi meriti nel campo sociale, scientifico, artistico e letterario.

Scene da un grande magazzino

18 dicembre 2007

Lei: “Amore, guarda: ti piace?”
Io: “Mhhh… non so, con quel risvolto…”
“Guarda che i pigiami devono avercelo, quel risvolto”
“Ah, non e’ una camicia?”

Manesseno

13 dicembre 2007

L’altro giorno ho portato il caffe’ a Manesseno alta, un posto cosi’ bello che sembra quasi l’entroterra genovese.
Ora chi conosce la geografia locale potrebbe obiettare che Manesseno e’, nell’entroterra genovese. Chi conosce Manesseno, invece, potrebbe obiettare e basta.
E sbaglierebbe. Perche’ ci sono posti che stanno li’ da secoli ad aspettare la giornata giusta, quella che chiede solo di saperla cogliere.

Subito prima di Villa Serra, svoltando a destra la strada inizia a salire. Supera un gruppo di case e inizia a perdersi nel bosco. Un’altra svolta, e si fa sempre piu’ ripida; un tornante, ed e’ gia’ poco piu’ che sentiero. E alla fine scollina in questa piazzetta di tre case, un posto che a dispetto della chiesa non molto distante, pare proprio dimenticato da Dio.
Ma basta scendere dalla macchina per capire che si tratta di un’assenza che non pesa: l’aria e’ frizzante, e lo sguardo si apre sulla vallata retrostante, fino a quel momento nascosta dal crinale.
La nebbia agl’irti colli piovigginando sale verso i bastioni del Puin e del Diamante che sbarrano la vista all’orizzonte. Piu’ sotto, bosco che resiste ostinato a decenni di incendi.
Ma per le vie del borgo, una bottega di alimentari che sembra uscita dagli anni cinquanta. “Formaggio semigrasso”, recita la scritta su una vecchia insegna metallica appesa all’esterno, accanto alla porta.
Gira sui ceppi accesi, nell’aria l’odore della legna accesa nella stufa.
E un silenzio quasi imbarazzante.

Poi, alle quattro e mezza apre l’osteria. Quattro tavoli e un banco (e, a dirla tutta, la macchinetta del caffe’ che son venuto a rifornire e’ di gran lunga la cosa piu’ stonata). L’oste (mica il barista: proprio l’oste) e’ un arzillo signore sull’ottantina, che ripete ossessivamente “Mi no ghe n’ho, de palanche. Ti gh’e’ d’aspetta’ mae mugge’ che mi no posso accatta’ ninte”. Gli avventori si danno di gomito “sissi’, non ce n’ha di palanche. E’ pieno di appartamenti, ma palanche no, eh”. E intanto che aspetto l’ostessa mi offrono un bianco. Onesto (l’aspro odor dei vini). E poi un altro. E poi basta, che devo guidare.

Sopra la strada che mi riporta indietro le nubi son tutt’altro che rossastre.
Ma la chiesa, quella li’ sotto, porta il nome di San Martino. E penso non sia un caso.

Mai scommettere. Mai.

12 dicembre 2007

Mio padre e’ senese per caso. Nel senso che la Famigghia viveva a Genova gia’ da un pezzo, ma lui ha insistito parecchio per venire alla luce durante la guerra: e cosi’ per evitare alla nonna un travaglio sotto alle bombe, sono tutti sfollati nella campagna toscana di origine.
Qualche annetto li’, poi tutti a casa.

Nonostante quindi la carta d’identita’ neghi, mio padre e’ genovese. E genoano, pure (questa e’ un’ovvieta’, anche se c’e’ gente che continua a dire che a Genova si potrebbe in linea teorica tifare per un’altra squadra..)

E vennero dunque gli anni ’50, il Genoa di Abbadie se la svangava tranquillamente in serie A. Il Siena, non pervenuto. E coi parenti rimasti in terra toscana (assai piu’ attenti al Palio che al calcio, invero), il meschinetto adolescente si bullava.
Fino alla tragica scommessa.

“Il giorno che il Genoa perde col Siena faccio il giro del Campo in mutande”.
Categorico, inequivocabile.

Regola 1 del genoano: non scommettere mai su quella vecchia bagascia della tua squadra del cuore.
Perche’ il tempo, ahinoi, e’ galantuomo: gli anni passano, i bimbi crescono, le mamme imbiancano e alla fine ci si ritrova sempre.

Infatti,
4 Febbraio 2001 – Serie B
Siena – Genoa 1-0

Sette-secondi-sette dopo il fischio finale, arriva una telefonata. Da Siena, ovviamente.
“Ehi, un momento! Io avevo detto se perdevamo in casa, non a Siena”.
Un po’ meno inequivocabile, ma pur sempre categorico.

24 Maggio 2003 – Serie B
Genoa – Siena 1-3

“Ehi, un momento! Io avevo detto in casa, e in Serie A!”

9 Dicembre 2007 – Serie A
Genoa – Siena 1-3
Detto, fatto. Con cinquant’anni di ritardo: ma la vendetta, si sa, e’ un piatto da consumare freddo.

Ora invoca la prescrizione.
Intanto noi sappiamo gia’ cosa regalargli a Natale.

Comunicazione di servizio

10 dicembre 2007

E’ andata.
Come, non so: del resto era il primo.
Comunque, se desiderate potete scrociare le dita, spuntare le sveglie.
E soprattutto, G., piantala di ballare ignudo per casa.
Oppure se vi va potete continuare fino a dopo le vacanze di Natale. Quando, come da regola, mi faranno sapere.

L’ombelico del mondo

7 dicembre 2007

Cercavo sul suo blog, senza riuscirvi (incipit strumentale a mettere finalmente il suo link su questa pagina), di quella volta che, giusto per riprenderci dal primo matrimonio di mio fratello.
Mio fratello si sposa una volta all’anno, sempre con la stessa donna. Ma questo e’ un altro discorso.
Dopo la prima volta siamo andati a sentire una conferenza dei raeliani. Quelli che hanno per santone un signore con una smisurata fiducia nell’ingegneria genetica, e con un parrucchiere improbabile.
Non ci siamo convertiti, in compenso siamo usciti con una scoperta eccezionale: la storia del mondo inizia nel ponente genovese. A rivelarlo, un signore (non raeliano, uno del pubblico) con una faccia che avevo gia’ visto da qualche parte (credo fosse una sit-com medica, e lui faceva il pazzo – ça va sans dire), che portava come dimostrazione il fatto che in una forma arcaica di genovese il monte Beigua si scrive Begun.
Avete capito bene? Begun! Ossia il participio passato di Begin, iniziare.
Teoria discutibile, d’accordo. Pero’ chi l’ha formulata disponeva di un bagaglio culturale fuori dal comune (“ha due lauree”, ci hanno assicurato la zia e la cugina del soggetto, che gli facevano da cheerleader in conferenza).

Vabbe’, tutto questo per dire che lunedi’ ho il mio primo colloquio.
Ad Arenzano. Piu’ o meno sulle pendici del Beigua.
Se da li’ inizia qualcosa, potrei iniziare a considerarmi uomo di poca fede.